Ferrata al Passo Santner

Introduzione

Il gruppo del Catinaccio, parte delle Dolomiti di Fassa, è una delle aree più suggestive di tutte le Dolomiti. Lo compongono numerose cime di primaria importanza, tra le quali Cima Catinaccio che è la meta principale di questa escursione, ma anche molte altre, per non parlare delle valli e dei passi. Ho sempre pensato che il toponimo avesse a che fare con la forma “a catino” che si viene a formare nella concatenazione tra la Croda di Re Laurino, Cima Catinaccio e le Torri del Vaiolet: lo spazio al loro interno sembra appunto un catino, e in ladino Ciadenac significa proprio “conca di roccia”. La popolazione di lingua tedesca si riferisce a quest’area con il toponimo Rosengarten, in onore alla leggenda del Re Laurino e al suo giardino di rose. La base del catino è altresì conosciuta con il termine di Gartl, appunto “giardino”.

Avvicinamento

Il punto di partenza è il parcheggio della funivia Re Laurino che si trova in prossimità della Malga Frommer (Frommeralm). Ci arrivo dal Passo di Costalunga (Nova Levante) prendendo la direzione per passo Nigra o Tires. Le indicazioni riportano anche il nome della cabinovia König Laurin, quindi è abbastanza facile trovare il sito. Il parcheggio non è particolarmente capiente ma per fortuna in questa mattinata di Giugno non è per nulla affollato. La comoda cabina mi porta al panoramico rifugio Fronza alle Coronelle.

Il rifugio sorge sulle pendici occidentali del Catinaccio e consente un’ottima vista su Latemar e lago di Carezza. Nel comodo terrazzo panoramico posso già indossare l’attrezzatura perché la ferrata inizierà quasi subito

La ferrata

Le indicazioni per la ferrata abbondano nei pressi del rifugio e seguendole si arriva al primo tratto attrezzato, che anche se breve va affrontato indossando il kit completo da ferrata

Al primo tratto attrezzato segue un lungo sentiero di avvicinamento in lieve pendenza e privo di qualsiasi difficoltà che percorro in circa 40 minuti, gustando le imponenti pareti di roccia del Catinaccio da un lato e la valle che digrada fino a Bolzano dall’altro. Il luogo è ricco in questo periodo di fiori e rivoli d’acqua che scaturiscono dai frequenti accumuli di neve non ancora completamente disciolti dal sole di inizio estate.

Quando infine il sentiero si infila in un ripido canalino si capisce che la musica è cambiata. Qui occorre usare spesso la mani e soprattutto è necessaria tanta spinta sulle gambe. Il vantaggio di questo canalino è però nell’assenza di esposizione, e questo mi consente di procedere senza necessità di usare l’autoprotezione peraltro assente in molti punti. Al termine del canalino si scavalla sul versante opposto, in genere ancora innevato. Tutte le guide raccomandano attenzione in questo punto, soprattutto se la presenza di un elevato strato di neve non consente un agevole accesso ai cavi di sicurezza. Non è il mio caso, tutti gli infissi sono raggiungibili e devo fare solo una breve traversata su neve fradicia per raggiungere il versante sinistro dove si trova un facile camino che porta alla forcella. Rimane da superare l’ultimo tratto per arrivare al passo Santner, culmine dell’escursione.

Conca del Gartl e discesa alla valle del Vajolet

Quando finalmente il passo è raggiunto si apre l’ampia conca detritica del Gartl. Qui gli arrampicatori si concedono una lunga pausa approfittando del rifugio per recuperare le energie e far riposare i muscoli. Il panorama di cui si gode da qui è indescrivibile, e comprende la croda di Re Laurino, le Torri del Vajolet e cima Catinaccio. Tanta bellezza ripaga la fatica dell’ascensione, qui una sosta è non solo necessaria ma irrinunciabile; il posto è molto frequentato, ma credo che la maggior parte degli escursionisti arrivi dalla parte opposta, verso cui mi dirigerò per il rientro, più semplice e non attrezzata.

Avendo dritte davanti le Torri del Vajolet e in basso la conca detritica con il tipico laghetto glaciale (praticamente asciutto in questo periodo) inizio la facile discesa verso il rifugio Carlo Alberto.

Lasciato il Carlo Alberto alle spalle inizio una impegnativa discesa nel canalone che porta alla valle del Vajolet in corrispondenza dell’omonimo rifugio. Il sentiero è molto ripido e in alcuni tratti è presente una fune di protezione per evitare di scivolare sul fondo ghiaioso. La presenza di un gran numero di persone causa frequenti ingorghi nei passaggi più difficili, quindi il tratto va affrontato con calma e pazienza finchè non si raggiunge il fondovalle.

Diversamente da ciò che può sembrare, il giro non è affatto concluso, e mi trovo esattamente dalla parte opposta del Catinaccio rispetto al punto di partenza. Quindi devo nuovamente risalire e poi ridiscendere al rifugio Fronza per riportarmi al punto da cui sono partito e riguadagnare il parcheggio dove si trova l’auto per il rientro. La via più breve passa attraverso il valico delle Coronelle, che scavalla il gruppo del Catinaccio ad una latitudine più meridionale e ad una quota inferiore al passo Santner. Questo tragitto ulteriore era stato calcolato in fase di pianificazione dell’escursione, devo però spingere un po’ per riuscire a prendere l’ultima corsa della funivia alle 17:30

Percorro un primo tratto della carrareccia che attraversa la valle del Vajajolet, e superati i ripidi tornanti oltre il rifugio Preuss, punto a destra sul sentiero che porta al Passo delle Coronelle lungo i pendii orientali del Catinaccio.

Passo delle Coronelle

Durante la salita al passo delle Coronelle si osservano i profili del Catinaccio di Antermoia, lo Scalieret e il Larsec. Raggiungo il passo in circa 40 minuti, sudando un po’ per l’esposizione al sole, ma con tanta soddisfazione non appena si riapre la vista su Latemar e Obereggen. Ora rimane soltanto un ultimo sforzo per raggiungere il rifugio Fronza. La discesa è molto ripida ma il sentiero è in buona parte costituito da gradini realizzati con l’uso dei classici pali in legno che consentono di procedere in sicurezza. Dal rifugio Fronza l’impianto a fune mi riporta rapidamente al parcheggio in località malga Frommer.

Conclusioni

Questa escursione è dominata in gran parte dal percorso di rientro, che rappresenta la maggioranza del tempo speso in movimento. La ferrata è valutata come moderatamente difficile, ma l’unico punto in cui ho trovato qualche possibile difficoltà è stato l’attraversamento del nevaio, essendo il resto molto accessibile. A livello paesaggistico credo che questa escursione non abbia rivali, confermando la val di Fassa come una delle più belle mete dolomitiche in assoluto.